Sull’arco dei dieci anni di attività del consultorio (1997-2007)
un sensibile cambiamento si è manifestato nella fascia di età delle
donne che hanno richiesto e beneficiato di una consulenza. Infatti da una percentuale
alta di donne in età fra i quaranta e i cinquant’anni incontrate
nei primi anni di attività, si è passati, in questi ultimi anni, ad
un numero molto elevato di donne situate nella fascia delle giovani adulte
tra i trenta e i quaranta.
Ci é sembrato quindi interessante dar voce, ad alcune giovani donne,
oggi alle prese con il doppio impegno nel ruolo di mamma e di quello della
professione che hanno già ripreso o stanno per ricominciare e sentire
da loro le prime impressioni su questa nuova avventura che stanno per
iniziare. Per garantire l’anonimato di queste donne abbiamo scelto dei
nomi fittizi:
Agata, 34 anni, sposata, una figlia di 7 mesi. Diploma
in Pedagogia curativa, docente di scuola speciale
Esther, 31 anni, sposata con una bimba di 1 anno e mezzo,
ingegnere ambientale ETH a Zurigo e master in statistica medica a Londra.
Attività al 50% presso una fondazione per la ricerca clinica in
traumatologia
Lucia, 32 anni, docente laureata in pedagogia, sposata
e madre di una bimba.
Giovanna, 34 anni, 2 bimbi di 4 e 2 anni, licenziata in
lettere (inglese e spagnolo), impiegata della Confederazione (linguista)
Manuela, 37 anni, 2 figli di 8 e 6 anni, un marito che
mi sostiene (capperi se è importante!), diplomata in pedagogia curativa
scolastica e lavoro nelle Scuole speciali.
Francesca, 32 anni, un figlio di 10 mesi, licenza universitaria
in lettere, docente di scuola media
Olga, 29 anni, una bimba di 5 mesi, diploma in economia,
impiegata in un’assicurazione
Aspettando il congedo paternità
La testimonianza di queste giovani donne mette bene in evidenza quanto sia
importante la suddivisione dei ruoli all’interno della famiglia e nei
lavori domestici. Con la campagna “Fairplay-at-Home”, l’Ufficio
federale per la parità tra donna e uomo intende promuovere una nuova
ripartizione dei ruoli tra le coppie e tra i genitori, allo scopo di raggiungere
una condivisione delle responsabilità per il lavoro domestico, familiare
e professionale.
Non sono sufficienti l’assicurazione maternità, la parità salariale
tra donne e uomin e un’offerta sufficiente di possibilità di
accoglienza dei bambini all’esterno della famiglia. Occorre che datrici
e datori di lavoro siano pronti ad offrire anche agli uomini la possibilità di
lavorare compatibilmente con le esigenze della famiglia.
Con molto ritardo rispetto all’Unione europea, anche in Svizzera si
comincia a parlare di congedo paternità. Oggi la società è mutata
e anche gli uomini che vivono l’esperienza di diventare padri vogliono
da subito stare al fianco della propria compagna. Ora, grazie alla presentazione
di due atti parlamentari (mozione Nordmann e iniziativa parlamentare Teuscher)
che chiedono un congedo paternità con modalità di finanziamento
simili a quello dell’assicurazione maternità, il tema è ora
sui banchi del Parlamento.
Le storie e le esperienze raccolte da Dialogare
Desiderio o scelta……… cosa
ha fatto scattare la decisione della maternità?
• Agata “La decisione della maternità è stata
una cosa naturale dopo tanti anni di convivenza a alcuni anni di matrimonio.
Sinceramente, è stata una decisione poco “studiata”. Ne
avevamo voglia e basta.”
• Esther “Ho sempre pensato che il momento migliore per avere dei figli fosse
interno ai 30 anni: quanto si ha già un po’ di esperienza lavorativa
ma si è ancora giovani e piene di energia. Dopo l’università con
mio marito abbiamo scelto di aspettare un paio di anni prima di avere un bambino
affinché io potessi “entrare” nel mondo del lavoro. Dopo
circa tre anni di esperienza lavorativa e un anno di esperienza all’esterno
ritenevo che il momento giusto per concedersi una pausa lavorativa fosse arrivato”.
• Lucia “Più che il desiderio di maternità è scattata
l’idea di avere un progetto di vita diverso da quello di coppia.
Abbiamo perciò deciso di affidarci al caso…così è arrivata
la nostra bimba”.
• Giovanna “Il fatto di volere un figlio è stato un desiderio comune
di me e mio marito. Dopo 10 anni insieme ci siamo sentiti pronti al grande
passo…”
• Manuela “Da quando io e mio marito ci siamo sposati, la scelta di avere figli
non è mai stata messa in discussione. Il lavoro in quel periodo era
per me “secondario”: ho pianificato il mio lavoro pensando già di
lasciarlo temporaneamente per stare con i figli”.
• Francesca Ho ripreso a lavorare a metà tempo quando il mio ultimo figlio
ha iniziato la scuola dell’infanzia. Fortunatamente
oggi ho una situazione familiare che mi permetterebbe anche di stare a casa
senza lavorare. Ma a me piace il mio lavoro e domani potrebbe essere diverso.
Quindi lavoro”!
• Olga “Il desiderio; l’aspetto emotivo ha senza dubbio prevalso sull’aspetto
più razionale”. “Io volevo avere un figlio sicuramente prima dei 30 anni perché mi è sempre
sembrato normale non aspettare 40 anni per avere figli, così no ho pensato
troppo al lavoro quando ho preso questa decisione”.
L’arrivo di un bambino ha portato dei
cambiamenti?
• Agata “Sicuramente tanti, anche se il primo figli è stato per
me un adattamento più facile di quello richiesto all’arrivo
del secondo figlio. La prima maternità necessita un cambiamento negli
orari, più regolarità ed organizzazione. Ma la seconda maternità è stata
per me una versa rivoluzione. Inizialmente ho avuto l’impressione di
dover cambiare il mio modo di essere in varie cose: impossibile mantenere
il controllo di ogni situazione, impossibile rimanere perfezionista, impossibile
anche lasciarmi andare alla mia natura un po’ pigrona. Si è trattato
di adattarsi ed abituarsi a prendere tutto con meno stress. Se sono cambiata
non lo so. Però ho imparata a gestire meglio l’imprevedibile”.
• Esther “Si, ho dovuto ridurre il tempo lavorativo. Se prima ero al 100%
(e più) e facevo la pendolare tra Zurigo e Basilea, adesso lavoro
vicino a casa per tre giorni la settimana e tempo per gli straordinari non
ne avanza. Tuttavia quando sono al lavoro sono presente ed efficiente al
100%. E quando sono a casa con mia figlia è lei e la famiglia ad avere
la priorità su qualsiasi altra occupazione. Questo ha significato
darsi delle regole rigide fin dall’inizio, soprattutto per quanto riguarda
il lavoro: essere molto efficienti sul lavoro e lasciare i pensieri quando
sono a casa con la mia bambina. Ciò non è stato molto facile:
prima che mia figlia nascesse non operavo questa separazione netta tra lavoro
e famiglia, mi capitava spesso di lavorare il fine settimana o la sera. A
circa un anno dalla ripresa del lavoro, sono molto contenta dell’equilibrio
tra l’esperienza di mamma e quella lavorativa: i giorni che lavoro
in ufficio sono contenta di avere un’occupazione intellettualmente
stimolante e i giorni che sono a casa sono contenta di scoprire il mondo
insieme a mia figlia, di giocare con la sabbia, etc. Ai giardinetti però non
porto mai il lavoro”.
• Lucia “Personalmente ho ancora tutte le aspirazioni che sognavo prima…forse
a tempo ridotto e con qualche fatica in più”.
• Manuela “Si, non può essere così: un cambiamento personale,
psicologico, sociale… Essendo insegnante nominata ho potuto stare
a casa i primi anni in congedo, mantenendo piccoli impegni lavorativi: un
piede nel lavoro, ma la testa a capofitto con i figli”.
• Giovanna “Sicuramente l’arrivo di una bambina ha portato molti cambiamenti,
sia a livello personale (individuale) che di coppia. I ritmi di vita sono
cambiati, alcune scelte ripensate, tenendo conto di essere in tre e non più in
due. Gran parte delle attività quotidiane sono fatte in funzione dei
ritmi della bimba, l’organizzazione della vita famigliare, le vacanze,
ecc. idem”.
• Francesca “L’arrivo di un bambino modifica parzialmente il futuro professionale
e forse ridimensiona anche in parte le aspirazioni, non tanto perché la
volontà non sia la stessa di prima, quanto piuttosto per la difficoltà di
conciliare la propria voglia di essere mamma con gli eventuali progetti lavorativi.
Restano, però, le aspirazioni più profonde e serie.
• Olga “Certamente. Rimane meno tempo per se stessi, per coppia e amici.
Soprattutto adesso frequentiamo prevalentemente coppie con figli e usciamo
di meno con i singoli. Personalmente trovo che mio marito sia diventato più maturo
da quanto abbiamo nostra figlia”.
Quali aspirazioni ha
una giovane mamma pensando al suo futuro professionale?
• Agata “Riuscire a conciliare famiglia, lavoro e momenti di relax per
me. Non ho più grandi ambizioni professionali (ho un lavoro a tempo
parziale che mi da grandi soddisfazioni e che implica una certa responsabilità)
anche perché so che assumere più responsabilità di quelle
che ho attualmente, significherebbe fare concessioni per me troppo grandi
a spese della famiglia”.
• Esther “Spero che il lavoro parti-time non mi precluda la possibilità di
crescere all’interno del mio lavoro e assumere ruoli di maggiore responsabilità.
Spero altresî di poter continuare a seguire corsi formazione regolarmente”.
• Lucia “Personalmente ho ancora tutte le
aspirazioni che sognavo prima…forse a tempo ridotto e con qualche
fatica in più”.
• Manuela “I bambini crescono in fretta. Per me è stato bello e importante
poterli seguire i primi anni di vita, soprattutto perché, tutto sommato,
fare la mamma è un mestiere da imparare. Poi abbastanza velocemente
mi sono accorta che fare la mamma è diverso dall’essere mamma:
la mamma ha bisogno di avere anche attività fuori casa, riprendere
la sua vita sociale e professionale, essere stimolata e poter vivere esperienze
diverse. Non penso alla carriera, non ho aspirazioni di questo tipo. Mi basta
lavorare”.
• Giovanna “Nel mio caso, le stesse di prima; solamente il tutto va ripensato
e penso che avrà tempi di realizzazione un po’ più lunghi.
Non mi pesa, visto che per ora, la priorità è la bambina…voglio
godermela il più possibile anche se lavorerò a metà tempo”.
• Francesca “L’arrivo di un bambino modifica parzialmente il futuro professionale
e forse ridimensiona anche in parte le aspirazioni, non tanto perché la
volontà non sia la stessa di prima, quanto piuttosto per la difficoltà di
conciliare la propria voglia di essere mamma con gli eventuali progetti lavorativi.
Restano però le aspirazioni più profonde e serie”.
• Olga “Le mie aspirazioni sono rimaste le stesse. Forse adesso è ancora
più importante fare un lavoro che piace veramente!”.
Qualcosa è cambiato?
• Agata
“Tutto è cambiato. Il fatto
di lavorare al 60% mi permette di avere una prospettiva diversa riguardo
al lavoro. Mi arrabbio meno sovente perché il lavoro non è più al
centro della mia vita. In compenso, la gestione del lavoro è dovuta
diventare molto più efficente in quanto non essere presenti al 100%
sul posto di lavoro significa non essere più al corrente di tutto;
ciò necessita uno sforzo supplementare per rimanere informata. Al
contempo, la carica di lavoro”.
• Esther “Certamente si, dopo la nascita di mia figlia nessun aiuto e lontana
dalla famiglia ho dovuto imparare a gestirmi meglio, a mettere priorità e
a fare delle scelte. Prima della nascita di mia figlia riuscivo spesso a
fare tutto e bene. Mi sono resa subito conto che ciò non era più possibile
con una bambina piccola. Così ho imparato ad accettare i miei limiti,
a scendere a compromessi. Ho l’impressione che questa esperienza mi
sia stata d’aiuto anche per il lavoro. Adesso sono molto più brava
a prendere delle decisioni, a mettere da parte progetti magari più interessanti
ma meno importanti e a lavorare concentrandomi sugli obiettivi più prioritari.
Con la nascita di mia figlia mi sono anche resa conto che il lavoro è importante,
ma non tanto da rinunciare a potermi occupare di prima persona dell’educazione
della mia bimba. Riesco così ad avere un certo distacco dal mio lavoro,
a prendermela meno se le cose non vanno esattamente come vorrei che andassero
e ad essere più oggettiva nel valutare la situazione.”
• Lucia “La gestione è cambiata. Ho deciso di ridurre il tempo di
lavoro al 50%, così da poter dedicare tempo alla mia bimba e perché no,
buttarmi in nuove esperienze professionali. Ho terminato un master che mi
permetterà di rilanciarmi professionalmente”.
• Manuela “Si, ho ripreso a metà tempo il lavoro. Ne ha guadagnato,
più che il borsello, il mio essere donna e la mia relazione di coppia.Di
fondo sono molto contenta di poter lavorare e di riuscire con gli anni a
conciliare, mica male, tutto; spesso in situazioni concrete mi sento affondare
negli arretrati; è faticoso far girare tutto e le responsabilità sono
molte. Non si può mai abbassare la guardia. A volte vorrei tornare
a fare la casalinga, ma so che dopo un po’ il lavoro mi mancherebbe.”
• Giovanna “Si, ho deciso di ridurre il tempo di lavoro, dal 100% al 50%.
La gestione della sfera famigliare e di quella lavorativa richiede organizzazione,
aiuto e disponibilità da parte del partner e dei nonni, prima di tutto.
Poi, ci sono anche altri servizi che possono venire in aiuto (asilo nido,
mamma diurna, ….); ma questo dipende anche dalla situazione finanziaria”.
• Francesca “Se prima la questione professionale era soprattutto una questione
personale, ossia una scelta in base alla disponibilità di investimento
in termini di tempo ed energia, ora è certamente un problema anche
famigliare. Un bambino condizione inevitabilmente il tempo che si è disposti
ad investire nella vita professionale presente e futura e spinge ad effettuare
una sorta di “scrematura critica” delle proprie reali aspirazioni”.
• Olga “Volevo cambiare tipo di lavoro prima che arrivasse la bambina.
Adesso lo vorrei ancora, ma per il momento questo non è prioritario,
anche perché sono impegnata solo al 60%. Dopo la maternità il
mio capo mi ha fatto capire, che non mi posso aspettare una promozione nei
prossimi 2 anni”.
Quali potrebbero essere le condizioni
necessarie per conciliare la vita familiare…
e la professione?
• Esther “Certamente la disponibilità del dato di lavoro ad offrire
alle giovani mamme soluzioni lavorative part-time e tempi di lavoro flessibili.
Sono molto grata ai miei datori di lavoro che mi permettono di lavorare anche
da casa e fuori dagli orari prestabiliti. Sono flessibili anche rispetto
alle mie assenze quanto mia figlia è malata. Accettano il mio recupero
da casa. In questo caso”
• Lucia “Una delle condizioni per me più importanti è il
sostegno da parte del partner e idealmente la suddivisione dei ruoli, questo
potrebbe significare anche una diminuzione del tempo di lavoro di entrambi
i coniugi. Una rete di persone significative, per esempio i nonni, è indispensabile
per conciliare al meglio la vita famigliare e quella professionale e a mio
avviso anche arricchendo per la bambina”.
• Manuela “Mi rendo conto che nella mia situazione, posso lavorare parzialmente
solo perché ho molte persone attorno a me che mi sostengono in questa
scelta, e tutti, in ambiti, tempi e modalità diversi mi aiutato concretamente.
Il marito, i nonni, una famiglia di cugini con i quali, attraverso delle
sinergie costruite nel tempo, riusciamo ad organizzare le mie giornate lavorative.
Ogni anno si rimette tutto in questione, ma per ora funziona. Nella mia situazione
mi piacerebbe poter avere orari di inizio flessibili (portare i figli a scuola
e poi via…) ma ciò non può essere fattibile visto che
faccio l’insegnante. Ideale sarebbe poter contare su una presenza maggiore
del papa`(che fa già salti mortali!). Magari con la possibilità di
ridurre il lavoro. Ma nella sua professione ciò al momento non è fattibile.
Come insegnante, ritengo di essere molto privilegiata: la professione mi
permette di essere a casa durante le vacanze scolastiche, il mercoledì pomeriggio
e il periodo estivo. Ho potuto stare a casa 5 anni (congedo) e poi tornare
al lavoro (certo mi sono sempre aggiornata e tenuta in contatto). Posso lavorare
a metà tempo, e comunque il mestiere di genitore aiuta anche nella
professione. Più di così…., ben diverse è la
situazione di altre donne che magari devono lavorare per mantenersi e non
possono contare né sul loro compagno di vita né sulla famiglia.
In questo caso credo che andrebbero potenziati tutti i servizi d’aiuto
attorno alla scuola (orari di presa a carico differenziati, mense scolastiche,
dopo scuola e campi estivi e relativi sussidi).
• Giovanna “Il fatto di permettere anche agli uomini a tempo parziale è sicuramente
la condizione più importante per permettere alle donne di continuare
a svolgere un’attività. Il sistema educativo andrebbe anche
un po’ ottimizzato per rispettare meglio la realtà della vita
lavorativa: dove abito io (fuori Canton Ticino) i bambini che vanno alle
elementari, per es., iniziano alle 8.50 (il lunedì, mercoledì e
venerdî e alle 8.00 martedì e giovedì) per finire alle
11.30, ricominciare alle 13.30 e chiusura della giornata alle 15.40. Non
esistono mensa scolastica né dopo scuola. Non avendo la possibilità di
ricorrere ai nonni, la situazione è pressoché impossibile”.
• Francesca “Sicuramente un marito/compagno seriamente disposto a rivedere
anche la proprie aspirazioni professionale pur di creare la migliore situazione
possibile per tutta la famiglia. Inoltre sarebbe ideale poter disporre di
strutture (asili nido) situate in prossimità o addirittura all’interno
dei luoghi di lavoro, soprattutto laddove il numero del personale permetterebbe
la creazione di un servizio utilizzato in maniera efficiente.”
• Olga “Soprattutto volere e essere pronti
a conciliare famiglia e lavoro. Importante è anche lavorare in un
ambiente, dove i colleghi e i capi capiscano cosa significa avere una famiglia”.
La società è pronta
a rispondere alle nuove esigenze della doppia presenza ?
• Agata “Dipende forse dal tipo di professione: nel sociale è un
po’ più facile lavorare a tempo parziale, sia per la donna che
per l’uomo. Purtroppo però, mi sembra che il pregiudizio secondo
il quale la donna deve stare a casa e occuparsi dei figli e delle faccende
domestiche ed è l’uomo che lavora e porta a casa i soldi
sia ancora molto radicato.”
• Esther “Ho l’impressione che in generale siano pochi i datori di
lavoro disposti ad assumere una mamma a tempo parziale. Dai discorsi con
alcune mie amiche ho l’impressione che il tempo di lavoro parziale
venga ancora visto come un hobby o un’occupazione per arrotondare l’entrate
della famiglia. Vi è dunque un grande lavoro di sensibilizzazione
da svolgere all’interno del mondo lavorativo. Ho l’impressione
che spesso i politici dibattano soprattutto sul numero di posti presso gli
asili nidi e sulla necessità o meno di sussidiare le famiglie che
ricorrono a offerte di cura per il bambino. Pochi si occupano però di
quanto si potrebbe fare per proteggere il lavoro della donna che sceglie
di lavorare a tempo parziale: del diritto al lavoro a tempo parziale. Diritto
non solo della donna, ma anche del bambino, della famiglia e quindi anche
della società”.
• Lucia “Non penso che la società sia pronta. Qualche passo è stato
fatto con la creazione di asili nido…ma non basta. Rimane radicata
l’idea che la donna debba rimanere a casa, oppure, se decide di lavorare è comunque
sempre compito suo gestire la famiglia. Si sentono ancora poche esperienze
di famiglie dove la gestione è realmente suddivisa, per suddivisa
intendo dove, sia il marito che la moglie, lavorino alla stessa percentuale
e la cura dei figli è equamente suddivisa. La normalità è ancora
quella che la donna diminuisce il tempo di lavoro e si dedica alla famiglia
mentre l’uomo lavora e basta…questa per me non è la soluzione
ideale”.
• Manuela “Credo che bisogna incentivare la solidarietà tra famiglie,
aiutarsi di più, creare delle reti di aiuto reciproco. (Non è così impegnativo
ospitare il figlio della vicina a pranzo mentre lei lavora). Questa è una
realtà che noto maggiormente nei piccoli paesi, ma soprattutto verso
le famiglie che hanno un bisogno reale. In Ticino c’è un po’ la
mentalità del tipo: se lavori per puro piacere, allora arrangiati
con i figli. Pagati la baby sitter e non lamentarti. Nessuno ti obbliga a
lavorare. Al massimo osi chiedere aiuto ai parenti. Nella Svizzera Interna
il clima mi sembra un po’ diverso. Molte più donne che lavorano.
In Ticino resta molto dominante la figura della casalinga. Bisognerebbe ma
non so come uscire da questa realtà di famiglie sole e isolate. Ci
sarebbero molte sinergie da creare, senza sempre aspettare l’aiuto
dello Stato che comunque non può demandare le sue responsabilità sociali.
Credo che bisognerebbe osare di più come famiglie: proporre, creare
nel privato”.
• Giovanna “Secondo me le cose cominciano a cambiare. Nella regione dove abitiamo
noi, il tempo parziale per gli uomini, per esempio, non è più una
cosa straordinaria, ma sempre più praticata. Io penso che la più grande
resistenza a questi cambiamenti viene praticata dalla generazioni cresciute
in modo “tradizionale”. La nostra generazione e quelle future avranno
sempre meno preconcetti in merito alle “mamme in carriera”.
• Francesca “Benché la società sia passata attraverso riflessioni,
anche decise, sui ruoli di uomo e donna all’interno della famiglia, rimane
difficile estirpare del tutto alcune concezioni. La donna è comunque
ancora ritenuta la principale attrice nella crescita dei figli e questo ne
condizione la vita familiare e professionale. Inoltre, vi è in parte
una mancanza di strutture flessibili e vantaggiose in cui lasciare i propri
figli per potersi dedicare ad un’attività lavorativa.”
• Olga “Parzialmente si. Ormai ci sono tante donne che lavorano”.